Andrea Di Gesù’s review of “Politica e negazione” by Roberto Esposito

Andrea Di Gesù’s review of Politica e negazione by Roberto Esposito (Einaudi 2018)

Recensione di Andrea Di Gesù a Politica e negazione di Roberto Esposito (Einaudi 2018).

 

Genealogie del conflitto

di ANDREA DI GESU

Politica e negazione. Per una filosofia affermativa di Roberto Esposito.

Con Politica e negazione. Per una filosofia affermativa (2018) Roberto Esposito torna a misurarsi con le categorie fondamentali del lessico della filosofia politica. Dopo aver proposto, in Pensiero vivente (2010), una lettura particolarmente influente della tradizione della filosofia italiana, tutta giocata sulla persistenza, in essa, di temi caratterizzanti come la natura intrinsecamente conflittuale della politica, e averne chiarito i rapporti e le differenze con le altre tradizioni filosofiche europee in Da fuori (2016), con questo testo Esposito riconnette il suo percorso filosofico ai temi chiave della sua riflessione, proponendone un nuovo quadro interpretativo.

Il testo è diviso in tre parti. L’ipotesi di fondo su cui si regge l’intero saggio è che le categorie politiche moderne siano strutturate in termini fondamentalmente negativi(Esposito, 2018, p. VIII): esse sarebbero definite, in altre parole, dalla negazione di ciò contro cui si oppongono, mostrandosi così del tutto prive di qualsivoglia contenuto positivo. Politica e negazione si co-appartengono a tal punto che i due processi nei quali tale rapporto si è dato storicamente, da un lato politicizzazione della negazione, dall’altro declinazione negativa del politico, costituiscono in realtà le due facce di un’unica medaglia. Le prime due parti del testo sono dedicate ad un’indagine di ognuna di esse.

Nella prima, Esposito esplora quel transito continuo della negazione «dall’uso linguistico a quello logico, da questo a quello ontologico, fino a quello performativo» (pp. VII-VIII), descrivendone il processo di politicizzazione attraverso alcune figure chiave della filosofia e della linguistica del Novecento. L’autore che più di ogni altro, secondo Esposito, ha incarnato quest’idea di politicizzazione del negativo è stato Schmitt. Nonostante egli abbia sempre negato di «individuare nella negazione il cuore segreto della politica» (p. 3), la sua teoria che il conflitto politico sia basato sulla contrapposizione tra amico e nemico è per Esposito nettamente sbilanciato verso quest’ultimo polo, tanto che «il suo intero discorso ne risulta condizionato al punto da piegarsi al primato del negativo» (p. 5). La negazione, da principio logico, diviene in Schmitt principio ontologico di identificazione del nemico e, alla fine, gesto performativo di annientamento dell’altro e di se stessi, in un vortice nichilistico in cui, essendo definito solo dallo scontro mortale con il proprio nemico, il soggetto politico risulta auto-annientarsi una volta che è risultato vittorioso nello scontro con il rivale (p. 12).

Dopo aver ricostruito la parabola dello strutturalismo saussuriano (pp. 13-23), mettendo in luce come la linguistica di De Saussure si fondi sulla necessaria assenza di sostanzialità del segno linguistico – definibile solo attraverso le differenze che lo distinguono dagli altri segni – e aver analizzato il lessico negativo del freudismo (pp. 23-33), Esposito si confronta per la prima volta in maniera approfondita con la travagliata vicenda dei Quaderni neriheideggeriani. Nonostante ritenga inaccettabile schiacciare «tutto il pensiero di Heidegger sul calco dell’ideologia nazista» (p. 39), Esposito sottolinea come il pensiero del filosofo tedesco pervenga, nei Quaderni, ad un avvicinamento sostanziale con le tesi schmittiane, descrivendo il popolo ebraico come la matrice stessa dell’annientamento nichilistico che minaccia la spiritualità della Germania (pp. 41-2). La valutazione degli esiti politici del pensiero heideggeriano, già tratteggiata in Communitas (2006), dove Esposito ne aveva sottolineato gli esiti costitutivamente ambivalenti, viene così aggiornata rispetto alle nuove acquisizioni filologiche della critica del filosofo tedesco.

Dopo aver chiuso la parte precedente con una discussione sull’interpretazione kojèviana di Hegel, nella seconda Esposito si dedica ad un’analisi della declinazione negativa del politico, attraverso un percorso che ne analizza le categorie fondamentali: sovranità, proprietà, libertà, popolo. Esposito mostra, rileggendo i classici della teoria politica moderna (Rousseau, Hobbes, Locke tra gli altri), la natura negativa di questi concetti: sovrano è chi nondipende da nessun altro (Esposito, 2018, p. 77); la proprietà di un bene è sancita dal fatto che nessunaltro può arrogare diritti su di esso (p. 85); si è liberi solo quando lo si è da ogni impedimentoesterno, da ogni limitazione della propria libertà, mentre il popolo è ciò che di volta in volta «si rileva per contrasto» (p. 107) dalle figure che di volta in volta hanno incarnato la sua part maudite: la plebe, la moltitudine, la folla. All’origine di queste elaborazioni concettuali, Esposito individua – ed è il tratto più interessante della sua speculazione su questi temi – il gesto di Hobbes, che, traducendo la riflessione teologica in termini politici, trae dal dogma cristiano della creatio ex nihilo l’idea che sia non solo possibile, ma necessario, negare la natura per come ci è data al fine di costruire un mondo artificiale propriamente umano. Ribaltando il paradigma aristotelico, Hobbes produce così l’archetipo di ogni nesso successivo tra politica e negazione: l’ordine politico sorge solo superando lo stato di natura e, così facendo, in quanto nega una negatività iniziale, si avvita in una negazione rafforzata, provocando la spoliticizzazione completa del sociale e dei suoi membri, resi sudditi inermi dello Stato leviatano. Allo stesso modo le categorie precedentemente menzionate, costituendosi come negazione di un negativo, producono una negazione rafforzata, giungendo agli esiti nichilistici che ne contraddistinguono lo stato presente.

Nell’ultima parte Esposito si dedica alla proposta di un lessico alternativo per il politico, basandosi sull’idea che sia necessario non ribaltare la negazione pura in un’affermazione altrettanto pura – la negazione di una negazione produce infatti soltanto un negativo raddoppiato, secondo una delle ipotesi fondanti del testo –, ma tentare di affermare il negativo, costruire un’affermazione che mantenga un rapporto con la negatività: differenza, determinazione, opposizione sono i termini che compongono questa galassia concettuale.

A proposito dei primi due, Esposito inaugura un dialogo rinnovato con due delle figure di riferimento del suo itinerario filosofico: rispettivamente, Deleuze e Spinoza. Contro la tendenza a interpretare entrambi come sostenitori di un’affermazione pura e immanente (di cui Negri è stato il massimo esponente), Esposito tenta di sottolineare l’importanza che il negativo costituisce per Deleuze, pur ammettendo che egli oscilli tra l’idea che esso esista o che sia un effetto solo apparente (pp. 132-133). L’idea di differenza, centrale nell’elaborazione deleuziana, si configura in questo contesto come una affermazione che conosce il rischio della propria assolutizzazione, coincidente con la nascita di una negatività devastante in cui tutte le differenze finiscono nell’informe. Negativo e positivo subiscono entrambi, così, uno stravolgimento: il primo è esito di un cambiamento di qualità o di un eccesso del positivo; il secondo deve sempre fare necessariamente i conti con un negativo che tuttavia definisce e circoscrive, piuttosto che esserne definito e circoscritto come nella tradizione della metafisica moderna (pp. 130-131).

Discutendo di Spinoza, e del concetto di determinazione, il confronto con Negri si fa esplicito (pp. 150-151). All’interpretazione negriana, secondo la quale, nel filosofo olandese, ogni determinazione è affermazione, Esposito propone una lettura differente (pp. 152 sgg.): in seno alla sostanza unica che, com’è noto, definisce il monismo ontologico spinoziano, il finito viene alla luce solo determinandosi, cioè ritagliandosi uno spazio proprio pur rimanendo, ontologicamente parlando, un attributo dell’essere univoco. Non solo il negativo, dal punto di vista degli enti finiti, è trattato così come limite funzionale alla definizione di un singolo, e dunque affermativamente; ma esso, dal punto di vista della Sostanza, non è altro che la potenza di patire che è possibilità ineliminabile della potenza di agire e di esprimersi, alla quale tuttavia è subordinata.

Infine, con l’idea di opposizione Esposito si rivolge, tra gli altri, a Machiavelli (pp. 166-171) e Foucault (pp. 181-186). Ciò che accomuna questi pensatori è l’aver teorizzato un’opposizione che, producendo letteralmente il reale, risulta del tutto aliena ad ogni logica negativa: che si tratti di un conflitto immanente al politico e il cui equilibrio va preservato affinché esso dia risultati virtuosi, o della dinamica irrisolvibile tra potere e resistenza entro la quale soltanto si danno possibilità di soggettivazione, il risultato è sempre il medesimo: la realtà risulta costituita da un campo di forze in contrasto oppositivo, e negare tale aspetto – neutralizzare il conflitto – significa prosciugarne lo slancio vitale, irregimentando la vita in un delirio immunitario che, volendo preservarla, finisce per annientarla.

È a partire da qui che è possibile svolgere alcune considerazioni di carattere più generale. Il nuovo testo di Esposito è un testo importante per almeno due ordini di ragioni. Innanzitutto, con esso Esposito riformula, in maniera teoreticamente più strutturata, le tesi che aveva sostenuto nella sua trilogia su immunità, bio-politica e comunità: la relazione tra immunità e comunità, dove il comune veniva concepito come sempre in bilico tra la necessità di introiettare un negativo che ne prevenisse gli esiti assolutizzanti sotto forma di dispositivi immunitari e il rischio che questi ultimi, trasformandosi in malattie autoimmuni, annientassero il comune tout-court – come i totalitarismi novecenteschi hanno mostrato in modo fin troppo plastico –, viene riletta come un equilibrio instabile tra positivo e negativo, scavando fino alle radici metafisiche di tale discorso e riconfigurandone i termini in maniera più rigorosa e attenta alle connessioni, definite metapolitiche seguendo Riedel (p. 65), tra politica e metafisica.

In secondo luogo, attraverso questo testo, sembra si possa dire che Esposito perfezioni la sua posizione in seno al così detto Italian Thought: se consideriamo Negri e Agamben le sue due figure più rappresentative, Esposito sembra scavare con acume alla ricerca di un’alternativa agli eccessi di entrambi. Alla affermatività e all’eccedenza dell’ontologia di Negri, tutta giocata sulla preminenza della potenza e del desiderio, così come all’esito negativo della proposta politica agambeniana, non a caso centrata sul termine, ancora negativo, di inoperositàEsposito contrappone un paradigma che si mostra più duttile e realistico: dove l’ineliminabilità del negativo, se dovessimo esprimere un caveat più che una critica, non deve divenire una scusa per giungere a posizioni giustificazioniste o passive nei confronti dell’esistente, ma al contrario la molla per produrre delle alternative consapevoli dei rischi inerenti ad una loro assolutizzazione. Un cantiere appena aperto, e che già si mostra gravido di possibilità.