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Convegno all’Univ. della Calabria sul “Linguaggio nell’Italian Thought”

L’idea del convegno “Il linguaggio nell’Italian Thought”, che si è appena svolto presso l’Università della Calabria, il 12 e 13 ottobre 2017, nasceva da una constatazione (che trovava una primissima espressione nel saggio “Vita e linguaggio nel pensiero italiano”, appena uscito nel volume, a cura di Lisciani Petrini e Strummiello, Effetto Italian Thought, Quodlibet): praticamente tutti gli autori di riferimento dell’Italian Thought – ad esempio Dante, Machiavelli, Vico, Leopardi, Gramsci, Pasolini, per non fare che qualche nome – si sono occupati in modo spesso molto specifico del tema del linguaggio. In effetti, come è risultato evidente da molte delle relazioni presentate, per questa tradizione di pensiero, politica e linguaggio sono strettamente intrecciate, al punto di poter essere considerate due facce di uno stesso fenomeno. La politica è da subito – e da sempre – confronto e conflitto, così come il linguaggio è dialogo e invettiva, metafora e precisione, individuale e collettivo.

Nei due giorni del convegno questo nesso è stato sviluppato in molti modi: alcuni più interni (ad esempio nella relazione di Esposito, su de Saussure e la negazione, o in quella di De Gaetano, su Pasolini e la “lingua” del cinema) altri avviando delle ricerche su autori non studiati da questo punto di vista (esplorando, ad esempio, la presenza del tema linguaggio in autori come D’Annunzio o Gadda). In tutti i casi è emerso che politica e linguaggio non sono, almeno nella tradizione italiana, fenomeni lontani (esemplare il caso di Leopardi, nome che è ricorso molte volte in questi due giorni). In realtà il nucleo generatore di questa tradizione, il Comune e le sue istituzioni, sarebbe impensabile senza questo nesso. Da questo punto di vista il modello del “comune”, in tutte le sue declinazioni, è ancora produttivo, proprio perché tiene insieme, in modo costitutivamente instabile, le diverse e conflittuali relazioni che gli esseri umani intrattengono fra loro. In effetti è proprio intorno a questa nozione, il “comune”, che forse sarà il caso di tornare in futuro, proprio a partire dal tema del linguaggio. Non è un caso che l’intellettualità italiana si sia da sempre confrontata con la “questione della lingua”, che non è altro, in fondo, che il tema politico del rapporto fra istituzione e comunità, fra norma astratta e concretezza biologica, fra regola e vita. Nesso problematico che è appunto il tema del nostro tempo.

Prof. Felice Cimatti, Dipartimento di Studi Umanistici, Unical, organizzatore del Convegno

 


 

Il linguaggio nell’italian thought, titolo del convegno svoltosi il 12 e il 13 ottobre presso l’Università della Calabria, è stata una proficua occasione per ascoltare alcune fra le voci più autorevoli del panorama filosofico italiano. Interrogando il ruolo del linguaggio secondo prospettive differenti, i relatori hanno favorito e promosso una discussione stimolante, in grado di gettare nuova luce su problemi e istanze che percorrono e compongono i magmatici, frammentari e incerti sentieri del “pensiero italiano”. Secondo la nostra opinione, i molteplici spunti emersi possono essere raccolti, grosso modo, attraverso tre questioni strettamente intrecciate tra loro.

In primo luogo, si è cercato d’interrogare il senso e la consistenza dei linguaggi artistici ed espressivi della tradizione italiana, con particolare riferimento a quello letterario e quello cinematografico. Grazie a molte fra le esposizioni, e grazie anche alle discussioni che esse hanno suscitato, si è potuto sottolineare e ribadire, ma anche problematizzare e mettere in questione, la centralità del rapporto che, nell’opera di alcuni autori (tra cui, ad esempio, D’Annunzio, Dante, Gadda, Leopardi e Pasolini), lega il linguaggio artistico e la vita. Nodo centrale attorno al quale ruota larga parte del dibattito contemporaneo sull’Italian Thought.

Un altro nodo teorico di particolare intensità, affrontato nel corso del convegno, è stato quello riguardante il ruolo, lo statuto e le forme del negativo (linguistico, ontologico e politico). In merito a ciò, sono stati diversi gli interventi che hanno tentato di sviluppare e promuovere la riflessione, da una parte mostrando la necessità di un’attenta riconsiderazione del linguaggio al fine di aprire uno spazio di possibilità per l’agire politico; dall’altra indicando alcuni dei luoghi di manifestazione di quell’ambivalenza che sembra caratterizzare la negazione e il negativo.

Infine, ci sembra che il tema dell’immanenza (che sia considerata, quest’ultima, come “assoluta” o meno), intesa quale cifra del pensiero italiano, abbia rappresentato un altro punto di particolare importanza nel contesto di questo convegno. Tuttavia, è proprio relativamente a quest’ultimo concetto che una “prosecuzione” dei lavori sembra più urgente. A nostro parere, infatti, i termini della questione non sembrano ancora ben definiti e sgombri da equivoci: gli interventi e le discussioni hanno fatto emergere una certa divergenza di posizioni nell’individuazione e nella definizione del ruolo dell’immanenza nei confronti dell’Italian Thought. Non è risultato chiaro, in altre parole, se essa possa essere considerata come l’elemento naturale in cui da sempre si muove il pensiero italiano, o se essa indichi, invece, ciò verso cui esso tende. Un obiettivo, quindi, ancora da raggiungere. Al riguardo, rimangono aperti alcuni quesiti. Si potrebbe domandare, ad esempio, se sia solamente una l’immanenza che attraversa, anima e definisce gran parte della tradizione filosofica italiana, oppure se non convenga, forse, rispettare le specificità dei diversi modi d’intendere questo concetto da parte degli autori che l’hanno interrogata. Inoltre, sarebbe da chiarire se sposare senza riserve la causa dell’immanenza non rischi di rendere aporetiche le considerazioni che, invece, riscontrano, nella capacità di negazione, la radice costitutiva del soggetto. Da ciò emerge come una più attenta descrizione del concetto d’immanenza potrebbe essere, forse, un modo di verificare la tenuta dell’idea stessa di un Italian Thought.

D’altronde, sta proprio nella capacità di suscitare domande, piuttosto che nell’indicare risposte, uno dei segnali di riuscita per un incontro che si propone come occasione di confronto e dialogo.

Claudio D’Aurizio, Dottorando, Dipartimento di Studi Umanistici, Unical

 


 

Il tema dell’Italian Thought, negli ultimi anni, è stato oggetto di convegni e pubblicazioni, non solo in Italia e non solo in ambito filosofico. Anche in questa occasione, all’Università della Calabria, gli interventi hanno riguardato, oltre alla filosofia, la linguistica, il cinema e la letteratura. Si è parlato di Leopardi, Gadda, D’Annunzio e Pasolini, leggendo le loro opere, i film, le tragedie e le poesie da punti di vista diversi. In questo senso il convegno è stato più che sull’Italian Thought un esercizio di pensiero e discussione. L’intervento di Roberto Esposito, che ha aperto il convegno, ha anche indicato una prima declinazione possibile per il tema, esponendo una riflessione filosofico-politica sulla linguistica saussuriana. Se Saussure ha individuato l’essenza negativa del linguaggio e se il negativo è dunque, una volta di più, filosoficamente inaggirabile, come può e deve affrontarlo una filosofia che si voglia invece affermativa e positiva? A questo primo intervento altri hanno fatto seguito e risposto, discutendo ancora di negazione e di rapporto tra linguaggio e conflitto, di immanenza, di prassi linguistiche e politica  – leggendo o citando le opere letterarie, poetiche e cinematografiche degli autori sopra citati.

La buona riuscita del convegno è stata sicuramente dovuta al suo carattere eclettico e eterogeneo, nei temi, nelle provenienze teoriche, nelle posizioni teoretiche e politiche degli intervenuti.

Giulia Guadagni, Dottoranda, Dipartimento di Studi Umanistici, Unical

 


 

Il Convegno Il linguaggio nell’Italian Thought ha avuto il merito di aver messo in tensione i due sintagmi dei quali si compone il suo stesso titolo: il linguaggio e l’Italian Thought. Se l’incastro e l’interconnessione tra i due li si evince dalla tradizione linguistica del phylum italiano tout court  – Dante, Leopardi, Gramsci ecc. – la messa in tensione, tra una tradizione che pensa il vivente (Esposito) e una che pensa lo stesso vivente a partire dalle pratiche concrete e locali degli esseri umani, è stata parimenti messa sul tappeto teorico in modo conflittuale e prolifico. Al netto delle differenze teorico-concettuali degli interventi del convegno, infatti, ciò che emerge è una tensione essenziale tra una Natura – che non sia riduzionisticamente intesa come biologismo – ed una Cultura intesa come luogo di creatività affettivo-formale.

Dunque, i due termini – linguaggio e Italian Thought – sono stati colti soprattutto nei termini di una presa di coscienza dell’eterogeneità dei paradigmi di partenza. Ronchi ha, per esempio, criticato in questo modo un certo placido saussurismo sottolineando la funzione fàtica del linguaggio come primus antropologico.

D’altronde, le tensioni prolifiche nate all’interno del Convegno non possono non derivare dall’attuale statuto stesso del termine Italian Thought (o Theory): troppo sotterraneo (Cimatti) per assurgere al grado di “paradigma” vero e proprio, indeciso sul piano di una sua possibile internazionalizzazione o di una tematizzazione politica che metta al centro nuovamente il problema dell’universale (come si evince tra le righe del discorso di Strummiello). ‘Linguaggio+Italian Thought’ diventa così, più che altro, la matrice di uno scontro o incontro con il “non-Italian Thought”. Inemendabile diventa pertanto il confronto con gli autori del discorsivo d’oltralpe; basti pensare a Lacan, più volte citato da Cimatti.

Un Convegno, quindi, che ha sollevato più questioni e direzioni teoriche che soluzioni facili, ciò costituendo – a mio avviso – il suo merito principale. Il problema più scottante rimarrebbe, a conti fatti, quello di pensare una vita estrinseca (Cimatti), cioè una vita che, pur mantenendo il suo afflato poetico (poiché creativa), sfugga alle maglie perniciose di un naturalismo neoliberale, che pure, sta – innegabilmente – re-interpretando paradigmaticamente il fenomeno “vita” attraverso una serie di dispositivi biopolitici mirati semplicemente alla buona resa del mercato, dei dati dei flussi di capitale che, come tali, non possono che costituire un falso universalismo.

Una domanda, infine, può rimanere nell’ascoltatore del Convegno che  – come me  – ha potuto fruire di questa importante occasione di confronto: può l’Italian Thought assurgere a paradigma del politico in quanto vivente – o del vivente in quanto politico – mantenendo la duplice tensione che dal basso lo lega alla terra e alle conflittualità locali e dall’alto alla riconcettualizzazione (oggi urgentissima) di un universalismo Reale che sia però lontano dalla governance e dal biopolitico?

Yuri Di Liberto, Dottorando, Dipartimento di Studi Umanistici, Unical