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Commento di Alessandro Fiorillo

 

Nell’articolo del 5 novembre scorso, uscito sull’Espresso, Roberto Esposito ha ricordato, nel contesto dei 25 anni dalla sua pubblicazione, il doppio convegno su Petrolio organizzato tra l’università Paris-Sorbonne e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Queste giornate di studi sono state l’occasione per una rilettura critica dell’ultima opera di Pasolini, un testo complesso e articolato che troppo spesso e troppo sbrigativamente è stato letto in chiave erotico-confessionale che poco o nulla ha a che fare con l’enorme originalità di scrittura e di pensiero che questa “specie di romanzo”, pur nella sua tragica incompiutezza, testimonia.

Il filosofo italiano, ripercorrendo trama e contesto storico-politico che l’opera problematizza (l’Eni, Cefis, la strategia della tensione…) conclude il suo articolo su un punto che mi sembra cruciale; Pasolini avrebbe posto, soprattutto nei suoi ultimi anni di vita, la “verità sopra ogni cosa” incarnando un ethos parresiastico che non conosce precedenti nella modernità e di cui si sono occupati i lavori, tra gli altri, di Carla Benedetti e Davide Luglio (organizzatori del convegno).

Nel quadro del rischioso, ma necessario, cortocircuito tra vita e opera, verità e morte, che la vicenda artistica ed esistenziale di Pasolini impone, Esposito suggerisce di riprendere e attivare l’immaginazione dialettica, “capace di articolare due differenti piani del discorso, senza sovrapporli”, di cui Benjamin parla nei Passages, altra opera monstre, frammentaria e incompiuta per la tragica morte del suo autore.

Ma in questa prospettiva mi sembra leggibile anche l’intera parabola artistica di Pasolini. Infatti, di queste immagini doppie che esprimono una temporalità altra in una dialettica aperta e priva di sintesi, in un rapporto, quindi, ossimorico, tra l’adesso e ciò che è stato, è pieno l’immaginario poetico di Pasolini: si pensi alla celebre poesia, recitata da Orson Welles ne La ricotta, ma già pubblicata in Poesia in forma di rosa che pone nei versi di apertura e di chiusura una sovrapposizione tra il passato e il moderno:

Io sono una forza del Passato.

Solo nella tradizione è il mio amore.

Vengo dai ruderi, dalle chiese,

dalle pale d’altare, dai borghi

abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,

dove sono vissuti i fratelli.[…]

E io, feto adulto, mi aggiro

più moderno di ogni moderno

a cercare fratelli che non sono più.

Questo modo di “vedere” la realtà e la vita attraverso la contraddizione aperta della sineciosi è presente anche in Petrolio dove, ad esempio, nella Visione del Merda è il popolo stesso a venire sdoppiato nell’allucinato confronto tra ciò che è stato e ciò che è.

Inoltre, a partire da quanto emerge dalle analisi di un altro filosofo italiano che si è confrontato con l’opera di Pasolini, Federico Luisetti, è possibile individuare tra gli appunti di Petrolio l’emergere di un discorso di verità che gioca un ruolo nevralgico negli ultimi lavori di Pasolini, quello sul nuovo Potere.

Innanzitutto, Luisetti affronta il tema del potere in Petrolio in maniera radicalmente originale: la trasformazione del potere che Pasolini indaga ossessivamente negli ultimi anni di vita (attraverso l’intero spettro dei suoi strumenti espressivi: teatro, cinema, articoli di giornale, poesia e romanzo) non ha a che vedere esclusivamente con le trasformazioni dei corpi: non si può ridurre ad un biopotere che omologa le forme di vita e che innesca la mutazione antropologica, ma la sua portata deve essere allargata anche ad altro, dal governo della vita, quindi, alla non-vita planetaria. Una simile idea di geopotere, continua Luisetti, manifesta produttive affinità con il progetto visionario di geofilosofia elaborato da Deleuze e Guattari più o meno nei medesimi anni.

Effettivamente Petrolio risulta essere l’unica opera di Pasolini che possiede l’ambizione di esprime una visione globale degli effetti del potere; dal pratone della Casilina al Giappone post-atomico, dalle ricerche petrolifere in medio Oriente all’inferno di via di Torpignattara. E’ possibile che la formalizzazione discorsiva di una simile topologia globale del potere Pasolini la abbia intravista per la prima volta tra le frasi che compongono il primo, e forse più significativo, dei tre discorsi di Eugenio Cefis che avremmo dovuto trovare in Petrolio, dal sintomatico titolo: “La mia patria si chiama multinazionale”. In questo discorso pronunciato davanti ai cadetti dell’accademia militare di Modena nel 1972, l’ex numero uno di Eni e neo presidente di Montedison, disquisiva circa l’ineluttabilità di uno sviluppo delle multinazionali in ambito planetario esplicitando le logiche capitalistiche di una globalizzazione dei sistemi di produzione e consumo su scala mondiale. Tra le frasi più interessanti del discorso, e la sottolinea anche Luisetti, spicca un’originale similitudine tra il pianeta terra e una nave spaziale:

In un’epoca in cui si pensa che la terra sia una nave spaziale che fa parte di un convoglio insieme agli altri pianeti e che in un futuro non tanto lontano, per rifornirsi di materie prime ci si potrà rivolgere alle altre navi di questo convoglio cioè agli altri pianeti…

L’immagine aveva colpito anche Pasolini, tanto da riscriverla in uno dei numerosi racconti di secondo grado che interrompono il flusso della «storia di Carlo», trama principale di Petrolio.

Nell’appunto 102, infatti, dal titolo Storia di un volo cosmico, troviamo la grottesca vicenda di due spie rappresentanti di due blocchi di potere in apparente lotta tra loro:

… Klaus Patera e Misha Pila erano due spie. L’uno spia del potere che, per comodità, chiamerò “Urina”, e l’altro spia del potere che, per comodità, chiamerò “Feci”.

In una comica proliferazione di doppiogiochismo sistemico, le due spie funzionano come sineddoche di una guerra di posizione simbolica e di ricerca spasmodica di nuove risorse energetiche: la guerra fredda evocata dal racconto viene però proiettata su uno sfondo cosmico poiché Klaus e Misha si trovano a bordo di una navicella spaziale la cui costruzione e missione al fine di trovare nuove risorse nel misterioso pianeta di Taikata (suggestione paolina di grande interesse) è stata finanziata da una potente multinazionale “come potrebbe essere la Itt, per esempio – e nomino Itt pour cause”, precisa Pasolini. L’International Telephone and Telegraph Corporation, come chiariscono le importanti note a Petrolio redatte da Silvia de Laude, oltre ad aver appoggiato il golpe in Cile contro Allende (e di multinazionali e colpi di stato alludono tutti i racconti dell’Epoché presenti in Petrolio di cui anche questo fa parte), è citata anche da Eugenio Cefis davanti ai cadetti di Modena come esempio di multinazionale “moderna”. L’allegoria del racconto opera così una dilatazione semantica e territoriale, dalle navi che solcano gli oceani per tracciare nuove rotte mercantili a quelle navicelle spaziali che muoveranno alla conquista e allo sfruttamento dello spazio. Ma l’isotopia[1] del potere “nautico” è comunque presente in Petrolio e probabilmente avrebbe avuto ancora maggior peso nella stesura finale dell’opera. Si tratta, ancora una volta, di un’immagine del passato, mitica e arcaica, che Pasolini fa agire nella cogente contemporaneità dell’ora, negli sviluppi geopolitici e multinazionali di cui abbiamo già parlato. Si tratta del mito degli Argonauti, già al centro di un’altra opera di Pasolini, il film Medea, ma che in Petrolio diventa sistematico doppio dei viaggi in medio Oriente condotti dal protagonista Carlo Valletti, alla ricerca di nuove fonti petrolifere per conto della multinazionale per cui lavora, l’Eni di Eugenio Cefis.

La vicenda degli argonauti e la ricerca del vello d’oro come mito fondativo[2] attraverso cui leggere la moderna globalizzazione, passando per l’esplorazione e l’individuazione di nuove rotte mercantili che, negli ultimi secoli, hanno permesso di mappare l’intero pianeta, di moltiplicare esponenzialmente i flussi di merci che lo circumnavigano, di estrarre, produrre e consumare materie che mostrano oggi la loro imminente finitezza e la drastica ricaduta ambientale, anche di questo parla Petrolio. L’idea è suggestiva: se Pasolini sceglie il racconto mitico per illuminare un nodo problematico della contemporaneità, quello che allaccia nuove forme di potere con il rischio concreto della nostra sopravvivenza di specie[3], forse è nel mito che possiamo ricercare le tracce di un’alternativa, la possibilità di invertire la rotta della nave che abitiamo, “il pensiero, cioè, che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo”, come sosteneva Pasolini. Torniamo ad Apollonio Rodio, allora.

Impossibilitati a proseguire il loro eroico ritorno a casa, gli Argonauti venivano così ammoniti dalle tre dee del deserto, figlie e protettrici della terra: “Ascoltate le nostre parole: pagate il vostro debito verso la madre che vi ha portato nel grembo e potrete tornare in Grecia”. Così gli eroi scendono dalla nave e decidono di portarla in spalla per dodici giorni e dodici notti attraverso il deserto libico, facendo poi ritorno a casa.

Prendere consapevolezza del debito nei confronti della terra e dell’impossibilità di proseguire come sempre abbiamo fatto, ribaltare la prospettiva tra abitante e abitato, farsi carico del ventre che finora ci ha dato sostentamento e che abbiamo irrimediabilmente contaminato, riparare il danno anche se richiede uno sforzo apparentemente inumano, elaborare un pensiero altro, originale e radicale, che sia all’altezza dell’enormità del rischio emergenziale che stiamo correndo, perché, come disse Pasolini a poche ore dalla morte, siamo tutti in pericolo.

 

[1] Riprendo la formula da un altro intervento che nel convegno pisano ha cercato di mettere a fuoco il carattere globale del potere in Petrolio, quello di Riccardo Antoniani dal titolo «Isotopie del potere e (bio)politiche della veridizione in Vas».

[2] Quasi mezzo secolo dopo Pasolini, la lettura del racconto degli Argonauti come mito fondativo del potere capitalistico è stata avanzata da Peter Sloterdijk nel suo ultimo lavoro, da cui riprendo la citazione conclusiva tratta da Apollonio Rodio in Che cosa è successo nel XX secolo?, 2017, trad. it. di Maria Anna Massimello, Bollati Boringhieri.

[3] Questa tematica è stata trattata da Carla Benedetti in diversi lavori, ad es. Internazionale di specie, in “Il primo amore” n. 5, 2009 e Disumane lettere. Indagini sulla cultura della nostra epoca, Laterza, 2011.