Happy holidays to everyone and see you in September

 

Commento di Federico Luisetti

Federico Luisetti

Petrolio e il geopotere

 

Alcuni interventi hanno sottolineato la prossimità tra l’estetica dell’esistenza e la biopolitica di Foucault e il romanzo postumo di Pasolini. La mia ipotesi è che Pasolini si sia dedicato con Petrolio anche all’esplorazione di una forma di potere sfuggita a Foucault, il “geopotere”, il governo della vita e non-vita planetarie. Da questo punto di osservazione, Petrolio mostra affinità con un altro progetto visionario di quegli anni, la geofilosofia di Deleuze e Guattari, di cui condivide l’intreccio di etnografia e semiotica, la cartografia spaesante di movimenti geostorici di lunga durata, l’ossessione per i processi di territorializzazione e deterritorializzazione dei corpi, il divenire altro attraverso improvvise transizione di fase. La scoperta pasoliniana del geopotere e della sua inquietante epistemologia aiuta a comprendere la radicale “Abiura della Trilogia della vita” del giugno 1975, dal momento che la dimensione anatomo-politica e biopolitica dei corpi non è più in grado di contenere la topologia planetaria di Petrolio. Se questa ipotesi è corretta, il 2 novembre del 1975, l’assassinio di Pasolini interrompe non soltanto la vita di un intellettuale scomodo ma anche la stesura di Petrolio, troncando in tal modo una ricognizione del geopotere che avrebbe potuto modificare radicalmente la nostra comprensione delle conseguenze delle tecniche di governo. Resta a noi il compito di scoprire i lineamenti del geopotere e di decifrarne i segreti all’interno del romanzo.

Il geopotere, per quanto elusiva sia ancora sul piano teorico la sua nozione, produce delle politiche della Terra – uso questa espressione per non ricadere nelle connotazioni tradizionali della geopolitica – facilmente riconoscibili: ad esempio i progetti tecnoscientifici dell’ingegneria ambientale, l’estrattivismo neocoloniale, l’agricoltura di precisione a guida satellitare, l’ecologismo salvifico dei movimenti contro il cambiamento climatico. In alcuni miei testi, ho sostenuto che la diffusione di categorie periodizzanti – quali l’Antropocene, il Capitalocene, lo Chtulucene, il Tanatocene, il Tecnocene, l’Entropocene, il Sociocene, l’Econocene, l’Aerocene, l’Ecozoico e così via – non sia altro che una ripetizione e una pluralizzazione, ma non certo un superamento, dell’apparato concettuale dello stato di natura imposto da Hobbes e Rousseau e dalle antropologie della modernità occidentale. In questa prospettiva, l’Antropocene, il più fortunato tra i molti pretendenti, mi pare svolgere il ruolo di uno stato di natura del tardo capitalismo, lo stato di natura più consono alla forma di governo planetario rappresentato dal geopotere. Ho anche suggerito che una delle caratteristiche più inquietanti del paradigma antropocenico sia il ritorno della demonologia politica, di figure mitologiche del caos e della sovranità, l’imporsi di un vero e proprio animismo politico. Ad esempio, secondo Bruno Latour e Isabelle Stengers – che riprendono le tesi avanzate da Michel Serres – sono necessari dei nuovi Hobbes, dei sacerdoti di una “teologia politica della natura”, che ripetano il gesto di Hobbes riformulando la nozione di sovranità alla luce dell’attuale crisi ecopolitica.

La descrizione della mutazione antropologica e del neocapitalismo, la denuncia degli intrecci economici e di potere, delle stragi, degli occultamenti, dei nuovi fascismi e della strategia della tensione, non esauriscono l’opera dell’ultimo Pasolini. In Petrolio emerge anche un oggetto imprevisto e informe, il geopotere, una realtà inquietante a cui corrisponde un metodo letterario senza precedenti. Il lavoro critico di Gianni D’Elia e Carla Benedetti, e la ripubblicazione del libro di Giorgio Steimetz e dei discorsi di Eugenio Cefis, hanno richiamato l’attenzione sull’importanza degli intrecci petroliferi nella genesi di Petrolio. Non mi pare casuale che il discorso di Cefis all’Accademia Militare di Modena, a tal punto rilevante per Pasolini da dover funzionare come cerniera tra le due parti del romanzo, si apra con una visione cosmico-planetaria del geopotere, che introduce il tema dell’organizzazione tecnologica ed economica mondiale dei nuovi Leviatani, le multinazionali: “In un’epoca in cui si pensa che la terra sia una nave spaziale che fa parte di  un convoglio insieme agli altri pianeti e che in un futuro non tanto lontano, per rifornirsi di materie prime ci si potrà rivolgere alle altre navi di questo convoglio cioè agli altri pianeti …”

La visualizzazione pasoliniana del geopotere è inseparabile da una torsione degli strumenti narrativi. Pervaso dagli intrighi del nuovo potere, dalla devastazione antropologica ed ecologica, da una ossessiva duplicazione onirica e mitologica, Petrolio presuppone una scissione compositiva originaria, interna alla sua natura di cosa-immagine. Ho proposto per questo metodo di Pasolini la definizione di “realismo allucinato”, una tecnica rappresentativa che tiene insieme l’esteriorità pura dell’immagine-cosa e la differenziazione netta tra il polo soggettivo e quello oggettivo, tra la storia e il mito, tra l’attualità capitalistica e la naturalità premoderna. Pasolini intuisce che il nuovo potere e i suoi effetti non sono soltanto un’estensione di meccanismi economico-politici nazionali, una globalizzazione degli scambi. Il nuovo potere è un potere geopolitico, ma nel senso del geopotere. Il neocapitalismo fa riemergere tratti arcaici della sovranità e impone uno stato di natura planetario.

Nell’Appunto 74a Pasolini introduce un tema che le pagine compiute della Seconda Parte pongono al centro dell’architettura di Petrolio. Mi riferisco alla “crisi cosmica”, un motivo recentemente esplorato anche da Dario Gentili, che Pasolini, sulla base delle sue letture antropologiche, collega alla funzione cerimoniale del riso e all’anasyrma, il sollevamento rituale delle vesti con ostentazione degli organi genitali. Questa crisi cosmica, che occupa la seconda parte del romanzo, è presentata come una ripetizione del labirinto storico documentato da Pasolini nella sua lunga digressione sulle “diramazioni petrolchimiche” che collegano Cefis, Mattei, l’Eni e le stragi di stato. Ed è seguita dai dieci appunti sulla “Waste land” dei Godoari, la più esplicita visione della nuova preistoria, lo sceno-testo allucinato e lirico sullo stato di natura che segue l’esplosione della bomba alla stazione di Torino.

La conclusione di Petrolio, annunciata da una nota programmatica di Pasolini, sembra indicare uno scioglimento rituale della crisi cosmica, nel contesto di “‘golpe’ falliti” e di “stravolgimenti apocalittici naturali”. I suoi protagonisti sono degli Dei contadini, degli dei della decrescita postcoloniale, che ristabiliscono – nel paesaggio devastato del geopotere neocapitalistico – uno stato di natura tanto attuale quanto arcaico. La resistenza di Pasolini al geopotere è una strategia di sciamanesimo politico. Sullo sfondo della politica energetica della guerra fredda, dello stragismo di Stato e della catastrofe antropologica e ambientale degli anni Settanta, Petrolio rivela lo stato di natura imposto dal nuovo potere, e lo combatte con le sue stesse armi.