Marco Bracconi’s review of Roberto Esposito’s new book “Politica e negazione. Per una filosofia affermativa”

Marco Bracconi’s review of Roberto Esposito’s new book “Politica e negazione. Per una filosofia affermativa” (Einaudi, 2018)

29th January 2018, “La Repubblica”

 

Recensione di Marco Bracconi al nuovo libro di Roberto Esposito “Politica e negazione. Per una filosofia affermativa” (Einaudi, 2018)

29 gennaio 2018, “La Repubblica”

 

Aboliamo il nemico per salvare la politica

Quante volte abbiamo sentito parlare di superare la categoria del nemico? E da quanto tempo parliamo della crisi di una politica, anzi dello spazio politico, come luogo strutturato in termini di affermazione e relazione piuttosto che di negazione e contrarietà? Se il politico si avvita nella sua ennesima spirale autodistruttiva una spiegazione — e una possibile strada alternativa — va trovata nella tendenza della filosofia occidentale a stabilire l’affermazione di ciò che è per via negativa, tramite procedure che vanno dall’esclusione all’annientamento, e quindi iniettando nel positivo un virus che finisce inevitabilmente per rivoltarglisi contro. Perché “il politico che nasce dalla negazione per affermarsi introietta in sé la logica negativa che lo ha posto in essere”. Con Politica e negazione (Einaudi) Roberto Esposito intraprende un viaggio in uno dei nodi gordiani del pensiero teoretico, il negativo, appunto, rileggendo ai fini della sua indagine il canone dominante che da Aristotele al Novecento fa scaturire l’affermativo non dalla differenza e dal rapporto dinamico con il proprio contrario ma dalla negazione di ciò che esso non è. Un percorso interpretativo che parte quasi dalla fine: dalla linguistica novecentesca di De Saussure, dove il linguaggio è appunto stabilito dall’opposizione in negativo di ciascuna delle sue unita’; dalle tesi di Carl Schmitt, nelle quali è decisiva per la fondazione dello spazio politico la categoria del Nemico; dal rimosso freudiano, che seppure nella sua ambiguità di senso resta un procedere in negativo per affermare il positivo.

Da questo punto di partenza il saggio riannoda dunque i fili della tradizione filosofica disegnando la mappa di un pensiero che finisce per procedere in direzione di un apparentemente inevitabile esito nichilista. E in un continuo rimando tra le questioni strettamente teoretiche e la loro traduzione nell’ambito della filosofia politica, Esposito rilegge le categorie sulle quali, mai come ora, le nostre democrazie si interrogano. Diritto, libertà, popolo, cardini sui quali poggiano i rapporti di forza, sempre in tensione, che vanno a comporre l’habitat dove convivono, coesistono e interagiscono governanti e governati.

Quel mondo che con il Leviatano di Hobbes si fissa in termini di annientamento dello stato di natura, processo “necessario” affinché la politica sia: di nuovo e come sempre, dunque, stabilita per via negativa, col paradosso (ma non troppo) di stabilire così anche la fine del politico in una sorta di pax garantita dallo Stato.

Lo stesso vale per Rousseau, in apparenza agli antipodi della visione hobbesiana, eppure anch’esso allacciato al ramo della negazione, visto che la sua sovrana volontà popolare è originata da ciò che non è individuale. In controluce, nel testo di Esposito, si intravedono allora i presupposti teorici che scandiscono i grandi temi dell’oggi, dal populismo alla crisi di legittimazione dei poteri. E così il popolo, concetto che il canone delle filosofie negative definisce in termini non-affermativi ma per esclusione dei suoi contrari, che si chiamano di volta in volta plebe, folla o moltitudine; o la libertà, che è libertà in quanto non è costrizione, vincolo, divieto; infine il diritto, che prima di affermarsi in termini positivi si afferma sulla base della prerogativa del Sovrano di derogare (negare) la norma.

Da qui a quel filone della riflessione novecentesca che passa per Nietzsche, Foucault e, soprattutto, Deleuze, il passo è insieme breve e lunghissimo.

Perché secondo l’autore c’è una faglia alternativa ad un pensiero politico che si stabilisce inglobando in sé (negandolo) il suo contrario, e che per questo finisce per restare vittima di questa mancanza.

È il lavorio del pensiero affermativo, appunto, che in Spinoza trova espressione nella continuità creativa tra stato di natura e civiltà e in Deleuze si propone di ricondurre, criticamente, il gioco delle forze in campo sul terreno, tutto affermativo, sempre dinamico e sempre in movimento, di determinazione, opposizione e differenza. Perfino del conflitto, secondo l’intuizione di Machiavelli, anche se il conflitto è in grado di sottrarsi allo schema autodistruttivo del pensiero politico negativo solo se resta nel perimetro istituzionale delle idealità, in un luogo che lo preservi dal caos degli interessi particolari. Parole dedicate alla Firenze che fu, eppure così vicine alla politica che tutti siamo.