New article by Toni Negri on “Da dentro” by Sandro Chignola

Se la responsabilità del filosofo si fa politica all’interno della stessa vita

Scaffale. «Da Dentro» di Sandro Chignola, per DeriveApprodi. Una raccolta di saggi che cercano di dare risposta ai problemi che procedono dal modo in cui l’accumulazione capitalista estrae valore ovunque dall’esistenza

QUANDO I DISPOSITIVI dell’accumulazione capitalista si sono estesi sull’intera superficie del globo, estraendo valore dalla vita, e i processi di unificazione del mondo, diretti alla sua mercificazione, hanno ormai ibridato culture e tradizioni di pensiero, è «da dentro» che la critica deve svolgersi, recuperando un sguardo di immanenza e disponendolo alla nascita della critica e della resistenza. È su questa soglia che, di conseguenza, Chignola pone il punto di trasformazione della filosofia politica: il farsi politico della responsabilità del filosofo.

I nove saggi che contiene questo volumetto vogliono così dare una risposta politica a una serie di problemi, che procedono dalle nuove condizioni (totalità dell’investimento capitalistico del mondo, responsabilità etica e soggettivazione politica). E, da principio, Chignola sottolinea che le problematiche qui toccate (talora raggruppate sotto l’etichetta Italian Theory) hanno una dimensione che va ben oltre ogni limite nazionale o locale. Non è un caso se, appunto, l’importanza di questo libro sta nel fatto che esso rende conto dello spostamento del dibattito filosofico politico a cavallo del XX e XXI secolo: uno spostamento che è divenuto una radicale differenza, segnalata da tre passaggi. Chi abbia vissuto l’ultimo mezzo secolo della discussione sulla natura dello Stato e sulla crisi della democrazia, non potrà che confermare questa osservazione.

IL PRIMO PUNTO sul quale questo spostamento è visibile anche allo spettatore più disattento, è la fine del riferimento, nell’analisi e nella narrazione della natura dello Stato, a posizioni quali quelle rappresentate da Carl Schmitt. Contro ogni trascendenza della sovranità si levano infatti, nella contemporaneità, i dispositivi dell’immanenza: la natura del potere è strappata a ogni possibile fondamento teologico-politico e concepita nella pluralità dei rapporti di forza sociali. La linea che va da Deleuze a Spinoza è qui assunta nella polemica contro il concetto schmittiano del politico. Con Foucault, questa riduzione del sistema dei saperi-poteri dello Stato sul terreno della biopolitica definisce un processo del potere che «investendo integralmente la vita, mostra la vita stessa come potere». Meglio detto, dall’altro lato, «la vita non viene mai integrata in modo esaustivo nelle tecniche che la dominano e la gestiscono da parte del potere». Con le parole esatte di Foucault, «essa sfugge loro senza posa».

Il secondo punto, riguarda l’analisi weberiana della razionalità moderna, nella fattispecie, amministrativa e statuale. Anche questa è prospettiva ormai caduca: l’introduzione delle tematiche della «governamentalità» ha distrutto la bella immagine di una legalità includente o comunque accordata alla legittimità. Su questo terreno, gli studi costituzionali e politici italiani sono stati per un buon secolo costretti dal pensiero dominante, fra Croce e Bobbio.

LE ANALISI di Deleuze e Foucault hanno disarticolato queste antiche forme della normazione e della vicenda amministrativa dello «Stato di diritto». In un saggio esemplare della raccolta (In the shadow of the State. Governance, governamentalità, governo), questo mutamento dell’orizzonte teorico e questa condizionalità nell’analisi dello «Stato di diritto», vengono messi radicalmente in discussione. E nei saggi – riprende altrove Chignola – le immagini della «talpa» e del «serpente» con tanto vigore segnalano una transizione fra diverse formazioni giuridiche che corrispondono alla profonda mutazione del capitalismo.

Il terzo punto – ed è il più forte – riguarda le concezioni metafisiche che dematerializzano il potere allo scopo di svuotare, con esso, ogni potenza di resistenza e di rivoluzione. Da Heidegger ad Agamben si sono susseguiti questi tentativi. Qui la vita, quella vita che è stata riconquistata come potenza «dentro» la distruzione del teologico-politico, è invece pensata «come ostaggio del dispositivo di bando e come irretita dal dispositivo sovrano della Legge, e non come produttività, divenire, variazione». In questo modo, si pensa alla biopolitica come «cattura» e non come un processo di soggettivazione eccedente i biopoteri che la globalizzazione ha formato. Va a questo proposito sottolineata la rilevanza di un altro saggio qui contenuto: Sul dispositivo. Foucault, Agamben, Deleuze.

È QUESTA, UNA LETTURA del concetto di «dispositivo» estremamente importante, perché mette in azione, sul limite dell’estendersi dei processi di cattura della vita e di messa a valore della cooperazione sociale, la soggettivazione: è nel dispositivo che si distende lo sguardo, dall’oppressione attuale alla resistenza futura, in un continuum di rottura – che rende appunto politica la critica.

Speriamo di aver chiarito quanto sia «spietato» il procedere critico di Chignola. Non voglio qui fantasticare su cosa avrebbe detto un filosofo politico di prima del ’68 dinnanzi a questo ritratto d’epoca – e dello Stato – che Chignola ci propone. Dire che lo avrebbe indignato è poco. Avrebbe probabilmente aggiunto, in un’ipotetica dell’irrealtà, che se quanto affermato da Chignola fosse avvenuto, la «grande politica» sarebbe estinta… intendendo con ciò cosa impossibile.

CIÒ È INVECE AVVENUTO: la fine dell’autonomia dello Stato e di tutti i concetti che lo facevano bello (popolo, nazione, sovranità ecc.). Eppure, di quelli antichi, un concetto è rimasto vivo (certo, assai modificato): quello di classe e di lotta di classe, perché è concetto di soggettivazione (di movimento) nel rapporto antagonistico aperto nel potere.

Last but not least, la sconfinata letteratura che Chignola legge e interpreta sta a mostrare l’estrema utilità – oltre ovviamente al valore – di questo volume.