In ricordo di Jean-Luc Nancy

 

Jean-Luc Nancy è morto il 23 agosto 2021 a Strasburgo. Uno dei volti più significativi del panorama filosofico internazionale ci ha dunque lasciati.
Ma mai verrà meno uno dei suoi grandi meriti, che per primo va ricordato da parte di chi ha avuto la fortuna e il privilegio di frequentarlo: aver formato generazioni di giovani studiosi, ai quali dedicava gran parte del suo tempo nel corso dei dibattiti che seguivano le sue lezioni – in una indimenticabile captazione risonante di sguardi, parole, gesti, pensieri…
Ma soprattutto mai ci lascerà il patrimonio di pensiero di Nancy, frutto del lavoro che egli ha condotto negli anni, con rara forza e instancabile impegno, intorno ai suoi temi-chiave: la “decostruzione” e la “dischiusura”, la “democrazia a venire” e le “libertà singolari/plurali”, la “corporeità” e il “toccare” – solo per citare i principali. A partire da questi temi-chiave, Nancy ha ‘discusso’ con gli autori classici della filosofia, da Platone a S. Agostino, da Cartesio a Kant, da Hegel a Nietzsche, per ripensare – con loro, ma soprattutto oltre di loro – il senso del mondo, del corpo, dell’esistenza, della soggettività e dell’alterità. Questo confronto serrato, che innerva profondamente il suo pensiero, lo ha fatto percepire, sin dall’inizio, come il filosofo della decostruzione, à la Derrida. Ma va subito precisato che il suo progetto teorico aveva un’altra mira: decostruire non era per lui la formula o l’accezione negativa, dialetticamente oppositiva, di costruire; bensì il movimento, lo spostamento o lo ‘spiazzamento’, volto in primo luogo a mettere in crisi e quindi fuori gioco le categorie tradizionali su cui poggia l’Occidente, evidenziandone l’ossificazione e la pretesa definitoria; e, di conseguenza, “riaprire i luoghi fondanti” della riflessione. Da qui nasce quella che il filosofo francese definiva, con un lemma originale quanto inconfondibile, la “dischiusura”.
“À un moment donné tout commence à se bouleverser”: decostruire/dischiudere segna così l’apertura a ciò che di volta in volta realizza un senso prossimale, un’indicazione, un vettore, un ‘a-venire’ – e non un processo che si sostituirebbe ad un altro cambiando semplicemente di segno –, “la cui possibilità consiste, prima di tutto, nel mantenersi spoglio di significati dati e di figure già tracciate”. In questa spoliazione, che è il denudamento del pensiero stesso, è insita dunque tutta la responsabilità verso il senso non dato, in rottura con il movimento progressivo della storia, quello che – per intenderci – da Hegel in avanti è stato concepito come “progresso” e/o “progressione”. Non c’è più uno ‘Spirito del mondo’, né una storia in divenire di esso, perché nessun senso è dato in origine. Sicché, grazie a Nancy che rilegge Derrida prolungandolo, prendere in carico la parola decostruzione significa assumere che “la fine del mondo” sia “ogni volta unica”. Significa chiudere il registro consolatorio e curvare le spalle sotto “il peso del pensiero” per aprire un ri-inizio che sia davvero ‘nuovo’.
Tutto questo spiega perché le ultime opere sono attraversate da una continua, inesausta sollecitazione verso le urgenze del presente. Come dimostrano i due recenti volumi Un trop humain virus e La peau fragile du monde (quest’ultimo scritto con Jean-Christophe Bailly e Juan-Manuel Garrido), editi nel 2020, guidati da quell’attenzione alla contemporaneità che è sempre stata, per il filosofo francese, la molla propulsiva della sua riflessione. L’attrazione verso l’oggi “nasce – come lui stesso ebbe a dire – dal desiderio di mescolare alla preoccupazione per il domani un accoglimento del presente, attraverso il quale andare verso il futuro. Senza questo accoglimento, l’angoscia o la frenesia ci devastano. E senza la preoccupazione restiamo stupidi. Dovremmo essere tutti ‘attratti’ dalla medesima cura di ciò che sta per arrivare, di ciò che sta per accadere a noi, tardivi umanoidi. Ciò che ci capita quando arriviamo noi stessi ad una estremità della nostra storia, sia che questa estremità possa essere una tappa, una rottura con il passato o molto semplicemente un ultimo soffio” (p. 9).  “Preoccupazione” e “cura” sono i termini che risuonano qui, suscitando un’“attrazione” che ci coinvolge tutti, come un magnete: un minerale la cui vita sembra esserci così distante, così lontana. Ma appunto, Nancy parla dell’ascolto e dello stupore minerale delle rocce – non a caso. È di questo mondo che dobbiamo occuparci, preoccuparci – egli ci ricorda –, altrimenti “restiamo stupidi”, nel senso di inerti, immobili. La cura è invece azione rivolta a/verso qualcosa o qualcuno. È – se guardiamo bene e prestiamo orecchio – il movimento originario dell’esistenza: il suo essere in moto che continuamente produce nascita e creazione. E dunque di questa “cura” non possiamo non parlare oggi, perché essa è al cuore dell’esistenza tutta: umana, vegetale, animale, minerale.
I temi del vivente, delle frontiere, del declino/declinazione del soggetto identitario, sono quindi i nuclei incandescenti di una riflessione filosofica che ha sempre ‘toccato’ il contemporaneo, mettendo in questione tutte le concrezioni veritative prive di questa capacità di “dischiusura”. Qui il vero lascito filosofico di Nancy: compito, ‘segnavia’, per noi tutti, oggi, inaggirabile quanto impellente.
Da Ego sum a La comunità inoperosa, da Hegel. L’inquietudine del negativo a Il senso del mondo, da Un pensiero finito a La dischiusura. Decostruzione del Cristianesimo, fino all’ultimo volume non ancora tradotto in italiano e precedentemente citato, La peau fragile du monde, la tensione teorica del suo pensiero svela l’a-venire della riflessione filosofica oggi, così tormentata da insorgenti odi razziali, dai colpi inferti al significato della democrazia, dall’oblio delle “libertà singolari/plurali”. Perché la filosofia “accade” lì, dove ogni esistenza si fa indice di un luogo, di uno spazio, di una topografia vissuta che si apre alla sua “escrizione”, al suo inaggirabile fuori. È precisamente in questo stesso “accadere” che la filosofia di Nancy si fa istanza politica e rigioca “il rischio degli estremi”, quello cioè che ci rende inclini e disponibili a “udire la pietra”, a “custodire i vasti spazi” dell’aperto, a penetrare fin dentro “il suono della notte” – per dirla con i versi di Rilke a lui così cari e che sembrano fare segno verso quella ‘notte’, ormai, dalla quale Jean-Luc non smetterà di parlarci.
Daniela Calabrò
Università di Salerno
dacalabro@unisa.it

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